QUATTRO PASSI NELLA CARA VECCHIA WEST COAST, RECENSIONE DI The Don Killuminati: The Seven Day Theory DI TUPAC

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Tupac Shakur non ha bisogno di presentazioni, icona del gangsta rap, muore a 25 anni in seguito ad una sparatoria i cui colpevoli non sono mai stati trovati, nel bel mezzo della violenta faida tra East e West Coast. Della sua morte, della faida con Biggie e Puff Daddy e sulla sua presunta falsa morte sono state spese miliardi di parole ed un sacco di inchiostro. Quel che resta è che Tupac ha lasciato indubbiamente il segno, in bene o in male, nella musica rap in generale.



Il disco di cui voglio andare a parlarvi oggi è The Don Killuminati: The Seven Day Theory, primo disco postumo dell'mc che però lo aveva registrato completamente mentre era in vita, in brevissimo tempo, ultimandolo poco prima di essere ucciso. Questo lavoro rappresenta secondo me l'apice di Tupac, ideale seguito di un capolavoro come All Eyez On Me e giusta conclusione di una carriera basata su dischi che, piacciano o meno, si attestano tutti su un buon livello. The Don Killuminati: The Seven Day Theory è un ottimo disco sotto molti aspetti. Anzitutto la sua atmosfera, che potremmo definire oscura, impregna interamente il disco (salvo pochissime eccezioni come, ad esempio, nel caso della famosissima To Live and Die in L.A.) andando ad accompagnare benissimo le tracce che passano dalle riflessioni su determinati argomenti sociali agli insulti agli esponenti della east coast (in primis Biggie e Puff Daddy ma anche personaggi come Jay-z, Nas ed altri) passando molte volte a toccare il tema della morte da cui Tupac, in quel particolare momento si sentiva ben perseguitato (in particolare dopo che nel 1994 gli spararono quasi a morte, sparatoria che diede inizio alla beef a cui ho accennato precedentemente). Come già detto i beat (di cui ben tre co-prodotti dallo stesso Tupac) riescono perfettamente a donare al lavoro un'atmosfera cupa e fanno un lavoro perfetto su pezzi come Bomb First, Blasphemy (pezzo di grande impatto, il mio preferito del disco) o Against All Odds. Se dovessi citare tutti i buoni pezzi di questo disco sarei costretto ad elencare la tracklist intera, quindi mi limito a dire che non sono presenti pezzi fuori contesto o particolarmente deboli ma che, anzi, l'insieme delle tracce da una grande compattezza al lavoro. Ogni traccia pare arrivare quando dovrebbe, facendoci godere all'ascolto e proponendoti dei testi che a volte possono parere più leggeri per tematiche ed argomenti trattati ma che il più delle volte si presentano portatori di riflessioni profonde ed interessanti (ad esempio in Blasphemy).



In definitiva questo è un disco che non posso che consigliare a tutti gli amanti del rap ma anche a chi vuole approfondirne i dischi fondamentali. È un lavoro che viene fuori da un periodo molto travagliato di Tupac e certamente è frutto di rabbia, odio ,frustrazione ma anche di speranze, realizzazione e voglia di denuncia. Con questo disco Tupac cambiava il suo aka in Makaveli, in onore del pensatore italiano che ammirava (Machiavelli, appunto). Viene da rattristarsi ancor più per la prematura dipartita del rapper se si va a considerare il fatto che questo disco poteva sancire l'inizio di un nuovo periodo della sua musica che sarebbe stato molto più d'impatto e, magari, spostato su queste sonorità. In ogni caso sono pochi i dischi che col passare degli anni ascolto ancora con le stesse emozioni della prima volta, questo è uno di quelli e vi consiglio di provare a dargli un ascolto facendovi prendere da quello che trasmette per capire a pieno il suo potenziale.

Voto: 8.5/10

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